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1.
Da bambina
pensavo:
Crescerò, e come i grandi
al fine anch'io saprò
discernere ogni cosa
e scegliere il da farsi
dal chiaro suo contrario.
Invece dal recinto
di piccole parole
non sono uscita mai
e cosa voglia il mondo
non troppo mi domando.
Uso queste parole
come un tempo il ghiaino
nell'aia contro il fango.
2.
Sul cavalluccio
giallo
mi spingo con i piedi
nelle scarpette nuove:
un poco vado avanti ,
ma certo anche tu vedi
che più lesto si muove
se invece vado indietro.
3.
Sto ritta
sulle gambe
ma corro solo in sogno
nei sogni d'una grande
mia parente di sangue
che mai riesce a prendermi
e vado
lì sbattendo
tra i tavoli e le sedie
rimbalzando e fuggendo
quale una lieve palla
finché il sogno s'infrange
lei si
sveglia e in affanno
guarda il soffitto buio
ma io nella mia culla
sorrido a un sogno mio
nella luce dell'alba.
4.
Ho provato
una volta
a rubare, confesso.
Un piccolo torrone,
o una cialda col miele,
esposta sul bancone
d'un bar. Non fu con molta
destrezza. Fu soltanto
fortuna che nessuno
cogliesse il mio gesto
maldestro nel riflesso
del grandissimo specchio
che s'ergeva al mio fianco,
e di cui io mi accorsi
dopo, a furto già commesso,
per via della vivezza
d'un barbaglio o d'un lampo.
5.
Notte senza
una stella,
notte di seta, colma
d'ogni profumo, vela
gonfia di desideri.
6.
Notte di
poche stelle,
notte spugnosa, spessa,
mi è caduta dal cuore
la cara mia allegrezza.
Ahi, mi sono ferita
per coglierne un frammento
che m'ingannava un poco
sull'asfalto, già spento.
7.
Ho sfiorato
l'amore
- almeno così credo -
se non era un abbaglio
che fosse lui medesmo
sotto diverse spoglie.
M'è parso suo il sorriso,
ma poi solo di spalle
voltandomi l'ho scorto,
nell'istante preciso
in cui, zac, è sparito.
8.
La tortora
è dall'alba
che assilla questo giorno
destinato al riposo.
E il mattino assonnato
che torpido s'attarda
già si mostra sustoso
sbirciando di traverso
con un occhio cisposo.
9.
Non si
sentiva bene.
Ma allo specchio non vide
se aveva brutta cera:
riconobbe soltanto
il vecchio sguardo obliquo
sprezzante della madre
la bocca amareggiata
del padre senza voce .
10.
Fronte,
occhi, la fossetta
sopra il labbro. Non molto
altro. Forse la mano
accesa e trasparente
a chiudere la fiamma
del cerino. Si sfalda
il ricordo. Ma le sere,
nei treni del ritorno,
la viola del dolore
tocca la prima corda
e morde più che lama.
11.
C'è
una via qui vicino,
passo di lì assai spesso,
e ogni volta ripenso
a quella gonna bianca
che portavo una sera
d'ottobre come adesso,
camminando felice
al semplice pensiero
d'essergli molto cara.
Chi fosse non importa:
non era che un pretesto,
in sé era poca cosa.
Conta solo il chiarore
di quel bianco, quell'ala
così lieve e gioiosa
viva nella memoria
oltre ogni amore stanco.
12.
M'ha svegliata
stanotte
una telefonata:
"Mia cara", mi diceva
(non lui, no, un'altra voce)
"Ma chi era poi quel tale
al tempo della gonna?
Certamente qualcuno
che non ti meritava..."
Era mia zia Emerina,
che come me del resto
rimasta è signorina.
13. Vanti e consigli
"Nessuno,
sai" - diceva
(questa era un'altra zia,
non l'asciutta Emerina
stretta nel suo zinale,
che per anni era stata
la perpetua fedele
d'un suo parente prete) -
"Nessun amante mio
(lei chiamava amanti
quelli che avevan moglie,
pure se scarso amore
ciascuno poi le dava.
Gli altri, non ammogliati,
erano i fidanzati,
chiamati lui, o Sempronio
- tutti poco fidati)
nessuno, ti dicevo,
mai m'ha chiamata 'troia':
nemmeno il più geloso
nei momenti di furia
- che invece ci son tanti
che lo dicono a tutte,
mogli, sorelle e figlie.
È da questo - insegnava -
che vedi la finezza,
la qualità, dell'uomo."
Zia Emerina frattanto
scuoteva un po' la testa
(ma forse era soltanto
un parkinson iniziale)
separando la chiara
dal tuorlo di un uovo
per montarla poi a neve
nell'adatta terrina.
14.
"Dimmi,
quando un amore
può dirsi un grande amore?
Quando dura una vita?
O quando è una passione
incandescente e pazza?
O solo se si muore?"
"Mah! non so", rispondeva
quella che da ragazza
era stata il suo amore.
" Forse, chissà, mi sbaglio,
ma lo direi finzione:
la scelta di una luce
o di un taglio fecondo
tra parole e memoria,
il frutto d'un innesto
nei rami d'un racconto.
15. Amiche
Lui mente,
come sai:
mente ogni volta che può,
diceva, come se ormai
non le importasse più
o fosse cosa priva
di importanza, non grave,
un piccolo difetto
che non faceva male.
In questo lei mentiva
e l'altra lo sapeva.
16.
"Le
regole del gioco
che sembrano sapere
finanche le bambine,
io non le appresi mai:
mi resteranno oscure
credo per sempre - e guai
se infine le imparassi:
ché un sapere tardivo
genera un frutto amaro."
Diceva, camuffando
in risata di gola
il groppo del suo pianto.
E ,mutato lo sguardo:
"Lo so," poi soggiungeva
quasi allegra e svanita,
"l'ho letto nelle carte
che questo della vita
è un gioco di azzardo."
17.
"I
piccoli doveri:
sono quelli, mia cara,
che intrigano la vita."
Diceva scoraggiata
la donna alla postina.
"Restare qui bloccata,
in un giorno splendente,
per ricevere il pacco
della vicina assente,
tenersi vincolata
al favore promesso
di badare alle piante
dell'amica in vacanza...
Sono sola, in pensione,
ed ho la debolezza
di non darmi importanza
né chiedere favori,
per non recare noia.
Si presume per questo
ch'io non abbia da fare
nel tempo che mi avanza.
Non sorrida, la prego:
è a chi sorride spesso
e non alza difese
che senza titubanza,
senza dar loro peso,
si infliggono i fastidi.
Io tardi l'ho compreso.
Lei si difenda invece:
dica di no già adesso."
18. Da un romanzo
"Ah,"
sorride e sospira
la donna al tavolino
accanto a un uomo anziano.
"Non va mai via... No. Vero?"
"Cosa, Lucia?" lui chiede.
“Il desiderio”, dice,
“di stare con qualcuno..."
"Non con me, ci scommetto..."
"No, non con te, mio caro."
E gli prende la mano.
"C'è un uomo," dice, "uno
che passa per l'ufficio.
Ogni tanto prendiamo
un caffè...” Si interrompe.
Gioca con il bicchiere
sposta gli occhi lontano
"Perché ti tiri indietro?
Vedi cosa ne viene."
"Ah, ma guardami, caro.
Sono vecchia.” Sorride.
“Io so accettarlo, trovo.
Quello che mi confonde
è il fatto che riprovo
speranza, che aspetto.
Di vederlo. Soltanto
questo, non di più, credo.
Non saprei più spogliarmi
ora per nessun uomo.
Mi trasferisco allora.
Cambio città. Mi salvo
da un sacco d’agitazioni.
Umiliazioni, forse..."
Tacciono. Chiudo il libro.
E prima di dormire
sulla pagina faccio
un'orecchia, a futura
memoria, a destra in basso.
La scena è la parafrasi, a memoria, di una pagina di un romanzo
letto in spiaggia: non ricordo più il titolo né l'autore.
Se qualcuno lo riconosce, me lo indichi: non mi piacerebbe apparire
come una che si appropria di scritture altrui.
19.
Piove,
e direi che sempre
è questo grigio ombroso
la sola o prevalente
tinta che veste il mondo.
Non so infatti trovare,
pur cercando nel fondo
delle alte cassapanche,
che stoffe polverose,
strafanti color topo.
Dove saranno andati
i taffetà celesti,
le gonnicelle bianche,
i lacci rilucenti,
e tutto quel profluvio
di gugliate di seta
di fondali stellati?
20. La finestra di fronte
La luce
accesa, legge
nella poltrona. Sola.
Spesso così la sera
la vedo di lontano,
come aspettasse ancora
il passo familiare,
la chiave e poi la voce,
il chiaccherare fitto
preparando la cena
ed il riso amoroso.
Sembra così vicino,
quel tempo condiviso,
sembra quasi il presente
che giochi nelle more
rimandando al fra poco.
E invece s'è fermato.
E invece non riprende
la piega del più tardi,
ed è solo passato,
silenzioso e remoto,
immobile. Perfetto.
21.
Parto.
Non so per dove.
Parto per non più stare
qui dove m'ha lasciato
l'allegrezza del cuore.
Parto per non tornare.
Parto col sacco a pelo
maglioni contro il freddo
e un vestito da sera.
Parto a piedi col cane.
Taglierò per i boschi
e prima che sia notte
sarò oltre il confine
dei miei pensieri foschi.
Vi lascio il mio ritratto
questi vecchi versetti
e allegrezza d'accatto.
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