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Leggendo
questa raccolta di ricordi di Speranza Sartor, per prima
cosa non si può fare a meno di provare emozione per la loro
bellezza. Ma non è solo questo il motivo per cui la loro lettura
coinvolge e interessa. Altri ve ne sono.
Intanto costituiscono una testimonianza di carattere storico. Si tratta
infatti dei ricordi dell'infanzia e della giovinezza di una donna
di una famiglia contadina del territorio veneziano. Speranza Sartor
compie oggi cento anni. Nel corso della sua lunga vita ha dunque vissuto
di persona i grandi mutamenti del secolo scorso. Soprattutto ha visto
trasformarsi e sparire il suo mondo di origine. L'universo contadino,
che pareva immobile e immodificabile da generazioni e generazioni,
fermo nell' antica fatica e durezza cui pareva dannato in eterno,
si è dopo l'ultima guerra dissolto rapidamente insieme con
il suo sistema di rapporti familiari e sociali e con la sua cultura,
di cui stenta a sopravvivere la memoria.
I ricordi, dunque, dell'infanzia e della giovinezza di Speranza Sartor
sono testimonianze di un mondo oggi scomparso. Preziose testimonianze,
perché -riprese da un punto di vista femminile- riguardano
le abitudini quotidiane, i rapporti, le gerarchie, le divisioni di
compiti tra genitori e figli e tra uomini e donne all'interno della
famiglia e della comunità; certi tipi di lavoro ormai scomparsi,
come quello in filanda; lo stare insieme feriale e quello festivo;
la durezza di una vita tessuta di doveri entro un orizzonte culturale
di cui oggi fatichiamo a ricostruire con esattezza i lineamenti. Preziose,
inoltre, anche perché dirette, espresse cioè dalla voce
di una protagonista e non, come spesso accade, di un osservatore di
un’altra classe sociale: una voce che segue la spontaneità
del ricordo, ma, nello stesso tempo, ha il distacco critico dovuto
alla consapevolezza, da parte della narratrice, della distanza che
separa il tempo rievocato da quello in cui lei lo va rievocando.
E qui emerge un secondo motivo di interesse di queste memorie, insieme
alla loro bellezza: la qualità della narrazione.
Speranza non è una scrittrice. Non si è mai interessata
di cose letterarie nella sua lunga e attivissima vita. Non ne ha avuto
il tempo, né la disposizione. Anche in questa occasione non
scrive: i suoi ricordi sono espressi oralmente, a mano a mano che
affiorano e seguendo l'ordine delle libere associazioni che suscitano
nella memoria. Speranza Sartor ha tuttavia la qualità di una
scrittrice: nel suo rievocare il passato, sia pure in questa forma
spontanea che appare quasi frammentaria, non indulge in nulla di superfluo,
futile o divagante, né mai sbilancia il difficile equilibrio
tra notazioni personali autobiografiche e descrizione di un ambiente.
Con infallibile intelligenza e istinto di narratrice lei va dritta
all'essenza della scena o della situazione che rievoca. Non ci sono
quasi mai ricordi esclusivamente personali: il ricordo privato viene
narrato sempre in modo da risultare significativo anche come illustrazione
di un ambiente o di una situazione più generale.
C'è da chiedersi se a questa capacità Speranza Sartor
non sia stata educata proprio dalla durezza della sua infanzia, e
in particolare dalla scarsissima considerazione in cui, per l'età
giovanile e per il fatto di essere femmina, veniva tenuta in una famiglia
dove, secondo la cultura e la mentalità allora comuni nel suo
mondo, si riteneva che il contesto dovesse prevalere sulla persona,
e specialmente sulla persona dei piccoli, le donne e i bambini.
Eppure da queste memorie, così restie a soffermarsi su quello
che chiamiamo oggi il "privato", viene fuori con vivezza
la figura e la personalità della narratrice: quella che comunemente
viene definita una donna forte, di grande intelligenza, coraggiosa,
tenace, orgogliosa.
Ma
non è solo questa capacità di rappresentarsi indirettamente
attraverso la descrizione delle opere e i giorni del tempo contadino,
lontano ormai come la sua infanzia, a fare la grazia di questa raccolta.
Va aggiunto, non come circostanza privata e solo biografica, ma come
parte integrante di tale grazia, il fatto che, nel momento in cui
raccontava queste cose, Speranza Sartor aveva già quasi cento
anni.
I suoi sono dunque i ricordi di una donna giunta alla fine di una
lunga traversata, le memorie riaffioranti della riva lontana da cui
è partita e a cui rivolge lo sguardo alla fine del viaggio,
sapendo che ormai tutte le tempeste sono state superate, consapevole
di essere stata in grado di superarle e di avere, per così
dire, condotto a termine l'impresa.
Questi ricordi Speranza li depone tra le mani della figlia:
sono il suo lascito, e insieme la risposta all'affetto, alla volontà
filiale di rinnovare la conoscenza della madre e di continuare a tessere
il filo della sua memoria.
Annalisa
Busato ha raccolto i ricordi dalla voce di sua madre, a mano a mano
che affioravano, con la massima fedeltà possibile, decidendo
di rispettarne non solo le forme espressive ma anche il delicato equilibrio
dell'ordine, apparentemente casuale, e però corrispondente
ai meccanismi spontanei della memoria. Questa scelta ha preservato
ai frammenti, se così li si può chiamare, la loro freschezza
di racconto orale, e al tempo stesso di colloquio intervallato da
pause, come avviene nei colloqui della sera, in quelli dell'infanzia
e delle vecchiaia - pause che contribuiscono a dare all'insieme di
questi ricordi forma e corpo di poesia.
Anna
Setari
E i Feaci l'accolgano,
che quasi
Degl'immortali al par vivon felici.
(Odissea, libro V, trad. I. Pindemonte)
Il nome scelto per questa
antologia online vuol denotare una precisa linea editoriale: Feaci Poesia
è uno spazio ampio e ospitale. Ampio, in quanto i potenti mezzi
ci esonerano dal dover contare le pagine e valutare la grammatura delle
plaquettes; ospitale, perché aperto a ogni esperienza di scrittura
poetica. L'isola dei Feaci, infatti, è il luogo favoloso del
racconto, della poesia; ma è anche il luogo dell'ospitalità
per eccellenza.
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