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  Speranza Sartor
  Cento ricordi
 
 Trascritti da Annalisa Busato
  nell'anno 2008

Leggendo questa raccolta di ricordi di Speranza Sartor, per prima cosa non si può fare a meno di provare emozione per la loro bellezza. Ma non è solo questo il motivo per cui la loro lettura coinvolge e interessa. Altri ve ne sono.
Intanto costituiscono una testimonianza di carattere storico. Si tratta infatti dei ricordi dell'infanzia e della giovinezza di una donna di una famiglia contadina del territorio veneziano. Speranza Sartor compie oggi cento anni. Nel corso della sua lunga vita ha dunque vissuto di persona i grandi mutamenti del secolo scorso. Soprattutto ha visto trasformarsi e sparire il suo mondo di origine. L'universo contadino, che pareva immobile e immodificabile da generazioni e generazioni, fermo nell' antica fatica e durezza cui pareva dannato in eterno, si è dopo l'ultima guerra dissolto rapidamente insieme con il suo sistema di rapporti familiari e sociali e con la sua cultura, di cui stenta a sopravvivere la memoria.
I ricordi, dunque, dell'infanzia e della giovinezza di Speranza Sartor sono testimonianze di un mondo oggi scomparso. Preziose testimonianze, perché -riprese da un punto di vista femminile- riguardano le abitudini quotidiane, i rapporti, le gerarchie, le divisioni di compiti tra genitori e figli e tra uomini e donne all'interno della famiglia e della comunità; certi tipi di lavoro ormai scomparsi, come quello in filanda; lo stare insieme feriale e quello festivo; la durezza di una vita tessuta di doveri entro un orizzonte culturale di cui oggi fatichiamo a ricostruire con esattezza i lineamenti. Preziose, inoltre, anche perché dirette, espresse cioè dalla voce di una protagonista e non, come spesso accade, di un osservatore di un’altra classe sociale: una voce che segue la spontaneità del ricordo, ma, nello stesso tempo, ha il distacco critico dovuto alla consapevolezza, da parte della narratrice, della distanza che separa il tempo rievocato da quello in cui lei lo va rievocando.
E qui emerge un secondo motivo di interesse di queste memorie, insieme alla loro bellezza: la qualità della narrazione.
Speranza non è una scrittrice. Non si è mai interessata di cose letterarie nella sua lunga e attivissima vita. Non ne ha avuto il tempo, né la disposizione. Anche in questa occasione non scrive: i suoi ricordi sono espressi oralmente, a mano a mano che affiorano e seguendo l'ordine delle libere associazioni che suscitano nella memoria. Speranza Sartor ha tuttavia la qualità di una scrittrice: nel suo rievocare il passato, sia pure in questa forma spontanea che appare quasi frammentaria, non indulge in nulla di superfluo, futile o divagante, né mai sbilancia il difficile equilibrio tra notazioni personali autobiografiche e descrizione di un ambiente. Con infallibile intelligenza e istinto di narratrice lei va dritta all'essenza della scena o della situazione che rievoca. Non ci sono quasi mai ricordi esclusivamente personali: il ricordo privato viene narrato sempre in modo da risultare significativo anche come illustrazione di un ambiente o di una situazione più generale.
C'è da chiedersi se a questa capacità Speranza Sartor non sia stata educata proprio dalla durezza della sua infanzia, e in particolare dalla scarsissima considerazione in cui, per l'età giovanile e per il fatto di essere femmina, veniva tenuta in una famiglia dove, secondo la cultura e la mentalità allora comuni nel suo mondo, si riteneva che il contesto dovesse prevalere sulla persona, e specialmente sulla persona dei piccoli, le donne e i bambini.
Eppure da queste memorie, così restie a soffermarsi su quello che chiamiamo oggi il "privato", viene fuori con vivezza la figura e la personalità della narratrice: quella che comunemente viene definita una donna forte, di grande intelligenza, coraggiosa, tenace, orgogliosa.

Ma non è solo questa capacità di rappresentarsi indirettamente attraverso la descrizione delle opere e i giorni del tempo contadino, lontano ormai come la sua infanzia, a fare la grazia di questa raccolta. Va aggiunto, non come circostanza privata e solo biografica, ma come parte integrante di tale grazia, il fatto che, nel momento in cui raccontava queste cose, Speranza Sartor aveva già quasi cento anni.
I suoi sono dunque i ricordi di una donna giunta alla fine di una lunga traversata, le memorie riaffioranti della riva lontana da cui è partita e a cui rivolge lo sguardo alla fine del viaggio, sapendo che ormai tutte le tempeste sono state superate, consapevole di essere stata in grado di superarle e di avere, per così dire, condotto a termine l'impresa.
Questi ricordi Speranza li depone tra le mani della figlia: sono il suo lascito, e insieme la risposta all'affetto, alla volontà filiale di rinnovare la conoscenza della madre e di continuare a tessere il filo della sua memoria.

Annalisa Busato ha raccolto i ricordi dalla voce di sua madre, a mano a mano che affioravano, con la massima fedeltà possibile, decidendo di rispettarne non solo le forme espressive ma anche il delicato equilibrio dell'ordine, apparentemente casuale, e però corrispondente ai meccanismi spontanei della memoria. Questa scelta ha preservato ai frammenti, se così li si può chiamare, la loro freschezza di racconto orale, e al tempo stesso di colloquio intervallato da pause, come avviene nei colloqui della sera, in quelli dell'infanzia e delle vecchiaia - pause che contribuiscono a dare all'insieme di questi ricordi forma e corpo di poesia.

Anna Setari

E i Feaci l'accolgano, che quasi
Degl'immortali al par vivon felici.

(Odissea, libro V, trad. I. Pindemonte)

Il nome scelto per questa antologia online vuol denotare una precisa linea editoriale: Feaci Poesia è uno spazio ampio e ospitale. Ampio, in quanto i potenti mezzi ci esonerano dal dover contare le pagine e valutare la grammatura delle plaquettes; ospitale, perché aperto a ogni esperienza di scrittura poetica. L'isola dei Feaci, infatti, è il luogo favoloso del racconto, della poesia; ma è anche il luogo dell'ospitalità per eccellenza.

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ultimo aggiornamento 21 aprile 2008